LA PICCOLA VISIONE. Centoquattordici paesaggi minimi

LA PICCOLA VISIONE. Centoquattordici paesaggi minimi della raccolta Cecchinato

18 settembre/2 ottobre - Libreria Minerva

Lo spazio portatile - Appunti su di una collezione insolita

È nel destino dei dipinti di piccola dimensione l’essere sempre visti da vicino. La prossimità dello sguardo si accompagna sia all’atto della loro creazione, che a quello della loro lettura; essa rappresenta perciò un argomento pertinente alle cento e più opere che costituiscono la Raccolta Cecchinato, costituendo anche un primo spunto per la nostra riflessione. Il peculiare formato dei lavori, ovvero l’aspetto che più di ogni altro funge da comune denominatore in una collezione assai eterogenea, invita a un a tu per tu con la pittura; crea cioè i presupposti per una relazione nella quale il campo visivo di chi crea, oppure osserva l’opera, si restringe sino ad escludere quello che circonda l’oggetto della sua attenzione. Riallacciandoci a un’espressione usata da Bruno Gorlato in un testo di questo catalogo, possiamo affermare che lo spazio descritto dal piccolo quadro diviene facilmente uno «spazio mentale». E ciò non solo in ragione della sua particolare facoltà attrattiva, ma anche perché spinge chi si confronta con esso a concentrarsi sulla nozione stessa di spazio, dimensione fisica e al tempo concettuale di cui il dipinto costituisce una scheggia ed un suono. Tale rapporto trasforma la superficie in un luogo dotato di una, pure ideale, profondità, in cui tanto l’artefice, quanto il collezionista e il fruitore occasionale, devono compiere il loro ingresso. Il primo, per riuscire a tracciare i dettagli che danno luogo alla composizione; gli altri, per poterli percepire. Condizione necessaria per entrare in questa sorta di scatola magica è, di conseguenza, il farsi piccoli, per adeguarsi alle sue proporzioni. 

L’esecuzione di opere pittoriche dal formato ridotto presenta però ulteriori implicazioni che, sebbene connesse a esigenze di ordine operativo, sono pregne di richiami metaforici. Questi hanno a che fare con il campo semantico di parole quali umiltà, origine, misura

L’artefice dirige infatti sullo spazio da dipingere uno sguardo non solo ravvicinato, ma anche chinato, poiché la sede del lavoro è necessariamente il tavolo: un elemento di cui un esponente tra i maggiori dell’Arte Povera, Mario Merz, ha colto le molteplici risonanze. Attraverso numerosi suoi lavori, Merz ha indicato nel tavolo l’ambito primario che accoglie il manifestarsi di fenomeni essenziali per la storia della civiltà umana, quali la creatività, il rito, la convivialità. Ed è sempre il piano orizzontale, ci limitiamo ad aggiungere, ad ospitare convenzionalmente ogni tipo di attività progettuale e artigianale. Non meno interessante, per l’esecutore del piccolo quadro, è poi la sfida rappresentata dal dover dire molto con il poco; ovvero l’impegno di generare un’immagine parlante e compiuta spendendo un patrimonio esiguo di segni espressivi. Non più di quelli che lo spazio può concretamente ospitare. 

Abbiamo per alcune righe isolato la figura dell’artista, le peculiarità e le  ricadute concettuali del suo lavoro quando questo viene inscritto in una superficie ridotta. Mettiamo ora a fuoco quella del collezionista, poiché tracciare a priori il percorso e il perimetro di una raccolta di quadri, assumendo quale principio unificante un formato a cui essi devono corrispondere, significa dare forma a un’opera attraverso le opere. Significa certo celebrare il proprio slancio, entusiasta ed affettuoso, verso la pittura, ma anche esprimere un modo tutto particolare di guardarla e possederla. Per il collezionista, lo spazio portatile del piccolo dipinto coincide a nostro avviso con uno spazio di desiderio. Accanto al desiderio di conquistare un numero sempre maggiore di artisti alla propria ‘causa’ – molti dei lavori, nel caso di questa raccolta, nascono infatti su precisa commissione – vi è quello di poter stringere tra le mani l’immagine, forse nell’ipotesi di dominarne anche il mistero. Significativamente, il nostro collezionista non è solito appendere ai muri di casa i tesori di cui si è impadronito. Queste opere non sono destinate a mutare il paesaggio domestico, ‘aprendo’ nella parete uno spazio altro, ma bensì ad essere gelosamente custodite in scatole. È come se il collezionista volesse tentare di dimenticarle, allo scopo di salvaguardare la loro capacità di sorprendere. Ogni incontro con l’immagine assume così le caratteristiche dell’evento, poiché al suo temporaneo possesso segue sempre un nuovo abbandono, un nuovo occultamento. 

Le caratteristiche della Raccolta ci consentono di riconoscere almeno altri due fili rossi che la attraversano, conferendole una pur sotterranea coerenza. Dobbiamo il primo a un proposito ulteriore di Diego Cecchinato, ovvero quello di farsi circondare da lavori di artisti certo diversi per stile e generazione, ma tutti riconducibili all’ambito triveneto. Ad entrare in gioco è ancora una condizione di prossimità, questa volta vissuta nei confronti degli stessi autori, che con il collezionista condividono l’appartenenza a un’area geografica e la percezione quotidiana delle atmosfere, delle luci, dei paesaggi che la connotano. Tale considerazione ci conduce a rilevare un’ultima caratteristica dominante la Raccolta: l’alto numero di vedute a vario titolo ‘paesaggistiche’ che essa contempla. Per quanto sia attestata, soprattutto nell’Ottocento, un’interessante fortuna commerciale legata alle vedute di piccolo formato, la loro pervasività in questo contesto suscita quantomeno qualche riflessione. Al genere del paesaggio sembrerebbe infatti accompagnarsi, secondo logica, una visione ampia e profonda che qui non può avere luogo. È suggestivo pensare che possa essere stata proprio la centralità attribuibile alla nozione di spazio, a cui abbiamo già accennato, a richiamare sulla superficie gli elementi caratteristici di un genere pittorico che nella nella spazialità trova nutrimento e respiro. Ma, più probabilmente, è l’incompatibilità tra il piccolo formato e una pittura di ambizione narrativa a favorire la supremazia di quella paesaggistica. Come la storia delle arti ha dimostrato, la rappresentazione del paesaggio curva sovente verso i territori della sintesi formale: aspetto che consente ai suoi interpreti di restituire poeticamente brani della realtà visibile attraverso un’ombra colorata, un riflesso, un profumo

La Raccolta esce per la prima volta dalle mani di Diego Cecchinato per dare vita a questa esposizione alla Libreria Minerva, che ospita una parte significativa dei lavori che la compongono. Auspicando che essa possa in futuro trovare una collocazione definitiva in un importante spazio pubblico,   riteniamo di interpretare correttamente un desiderio riposto del suo proprietario.

(Testo di Nicola Galvan)


Il video di alcuni momenti dell'inaugurazione: https://www.wevideo.com/view/2377851385